Mahmoud e Ayaz erano due ragazzi di 16 e 18 anni. O forse di 18 e 20 anni. Poco importa, però. Mahmoud e Ayaz furono uccisi dallo stato iraniano per impiccagione. Era il 19 luglio 2005. Prima dell’esecuzione, subirono 228 colpi di frusta ciascuno per aver bevuto alcolici, disturbato la quiete e per furto.
Mahmoud e Ayaz erano omosessuali. E per questo furono imprigionati, torturati e impiccati.
Le immagini dell’impiccagione mi hanno devastato l’animo. Mi hanno fatto soffrire. Mahmoud e Ayaz sono adesso un simbolo, come lo sono stati tanti troppi altri.
In Iran è in discussione ogni genere di libertà individuale. Come lo è in Birmania, come lo è in Corea del Nord, come lo è in tantissimi paesi dell’Africa che nessuno ricorda mai.
Naturalmente – e mi ricollego a un mio post precedente – anche queste mie sono parole inutili. E me ne dispiaccio. Ma qualcosa possiamo farla. Per esempio, firmando l’appello in questo sito.
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Ricordo quel caso, Luca. Orribile. Provai lo sdegno che anche tu dici. Continuo a provarlo anche oggi quando trovo oppressione e diritti calpestati.
Buona serata.
dominique
Grazie Dominique.
L’oppressione nasce con l’uomo. Stare dalla parte delle vittime è inevitabile ma genera sofferenza. Anche perché il dolore non cesserà mai.
Forse questo caso è eclatante anche per la giovane età delle vittime, e infatti ne serbo ricordo. Anche applicando la famosa legge dell’occhio per occhio, è evidente che l’ubriachezza, gli schiamazzi e il furto non giustificano una pena così inutile. Resta l’omosessualità, ma sappiamo che fra gli arabi, come fra gli altri, sono esempre esistiti degli omosessuali e ciò non è contro qualsiasi legge civile.
Il regime iraniano è probabilmente composto da pervertiti, avanzi di galera, mafiosi veri e propri, che preferiscono sanzionare in modo drastico i reati minori per dare in pasto ai loro sudditi la dimostrazione che la giustizia lì viene perseguita, ma costituisce anche un monito, nel senso che è quasi un paterno invito a starsene buoni, perchè se si giustizia chi non ha fatto in pratica nulla, le pene saranno inesorabili per chi oserà alzare la testa.
Riguardo all’inutilità della morte come sanzione c’è da precisare che questa tipologia di pena non ha mai costituito un deterrente, a differenza della certezza di scontare in toto la condanna alla reclusione, magari con il lavoro obbligatorio per non essere di peso alla collettività.
Grazie Renzo.
Ho letto da Dominique che preferisci parlare di parole vane al posto di parole inutili.
Mi sembra, però, che intendiamo dire la stessa cosa.
Sì, Luca, parliamo entrambi della stessa cosa.