Myanmar: la violenza continua

17 10 2007

I riflettori, come era logico, si sono spenti da tempo. Sembrerebbe quindi che i governi abbiano deciso di intervenire, che la situazione nello stato birmano sia tornata alla normalità. Ognuno di noi può finalmente sfilarsi le magliette rosse, i monaci hanno smesso di protestare e per le strade di Yangoon si vedono ormai pochi militari.

Naturalmente, la situazione non è questa. Ogni giorno, arresti, violenze, rapine avvengono sotto gli occhi di cittadini impotenti e terrorizzati. I militari fermano chiunque incontrino, derubano, picchiano, spaventano. Lo spettro delle carceri birmane e di quello che succede al loro interno è sufficiente a far tremare le gambe del malcapitato di turno.

Raccontare, qui, le torture che un cittadino subisce sarebbe esercizio inutile e angosciante, soprattutto per me che scrivo. D’altra parte le torture non cambiano di paese in paese, è la stessa violenza che si ripete lì dove c’è un regime violento e sanguinario: penso all’Africa, naturalmente, martoriata da decenni di oppressione e delirio violento, penso alle stesse carceri americane (tanto per restare in tema con una polemica di questi giorni sul nostro 41 bis) – Guantanamo, Supermax, e altre – dove i diritti dei detenuti (colpevoli o no di un reato) vengono quotidianamente calpestati. Tortura. Anche questa.

Insomma. Viviamo in un mondo che della violenza non riesce a fare a meno. Probabilmente, tra una ventina di anni forse più, scopriremo che i morti del regime birmano saranno centinaia di migliaia, o milioni. Ci indigneremo. Come ci siamo indignati centinaia di altre volte. E scenderemo in piazza come siamo scesi in piazza centinaia di volte. E poi volteremo le spalle, come le abbiamo voltate centinaia di volte, tornando a occuparci dei nostri piccoli affari quotidiani.

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  • Amnesty International ha organizzato diverse raccolte di firme per il popolo birmano e per alcuni detenuti che più di altri rischiano torture, se non la morte. Sul sito. Firmate.

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