Cella 17

20 09 2007

[Il breve dialogo riportato di seguito è avvenuto nella realtà. Uno dei due protagonisti è un uomo sulla quarantina, un tipo noto per essere già finito in carcere che ora lavora presso una cooperativa di recupero sociale. L’altro, sono io. La cella 17 rimane un luogo tuttora indefinito. li.] 

“C’è mai stato lei nella cella 17?”

“No.”

“La cella 17 è un inferno. Dentro la cella 17 c’è la guerra ogni giorno. Non mi crede, vero?”

“Sì, che ti credo.”

“No che non mi crede. Non mi crede nessuno. Ci sono state volte in cui avrei ucciso per la rabbia che provavo. Avrei spaccato la faccia a colpi d’accetta dell’uomo che avevo di fronte, lo avrei preso a martellate. Ma ci ho sempre ripensato. Non ho voglia di ritornare nella cella 17.”

“No. Non ne vale la pena, in effetti.”

“Lei continua a non credermi. E’ come loro. Vede qui intorno: sono l’unico che lavora. Arrivo alle sette del mattino. Spazzo, raccolgo le carte da terra. Ogni tanto trovo persino qualcosa di valore e non la tengo. La metto nel gabbiotto, fino a quando qualcuno non viene a chiedermela. Spazzo tanta di quella roba, che se non lo facessi arriverebbe fin sopra le teste delle persone. E loro cosa mi dicono?”

“Cosa le dicono?”

“Che non faccio niente. Che guadagno quella miseria che mi danno ogni mese per non fare niente. I soldi mi servono, non dico questo, sono pochi, ma vanno bene. Ma gli spaccherei la faccia a colpi d’accetta. Mi trattiene solo la paura della cella 17.”

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