Dal blog precedente

13 10 2007

[Avevo già pubblicato questo frammento nel mio blog precedente, quello su Splinder, abbandonato poi di prescia così come si abbandonerebbe una nave che affonda. Il frammento ha subito qualche modifica. Lino è un nome di fantasia, ma esiste nella realtà. li.]

La strada è al buio. I lampioni che scorrono sopra la mia testa sono insolitamente spenti. La temperatura è bassa e il freddo secco. Un paio di cani si contendono un sacchetto dell’immondizia. Lo spaccano e si avventano sul contenuto, mordendosi e ringhiandosi contro. Il più grosso è nero. Ha l’aria di sapere il fatto suo. L’altro, è un insignificante bastardino dal pelo marrone destinato a soccombere. E, infatti, poco dopo abbandona il campo con solo un figlio di giornale tra i denti.

E’ quasi l’una della notte. Il silenzio e la calma di quest’ora mi emozionano a tal punto che vien voglia di stendersi sull’asfalto e piangere per un po’.

Arrivo alla stazione di rifornimento. Il piazzale è deserto. La stazione di rifornimento è, sin dalla mia infanzia, una zona di confine. Da piccolo immaginavo che al di là del muro – che segnava un limite fisico invalicabile – accadevano cose orribili. Chissà perché. Gli adulti ci sconsigliavano di andare a ficcarci il naso, e noi obbedivamo. Solo diversi anni dopo, riuscii a dare un’occhiata dall’altra parte. Fu quando arrivarono a decine le ruspe e i grossi camion rossi. La curiosità l’ebbe vinta. E così ogni giorno, dopo pranzo, uscivo di casa e andavo al muro a sbirciare. Trascorrevo ore, accucciato lì sotto. Guardavo i muratori lavorare e li sentivo raccontarsi storielle con le donne. E non mi facevano paura. Anzi. Un giorno raccontai una di quelle storie a mio padre e ricevetti uno schiaffo. Non seppi mai, però, se mi punì per la storiella o perché avevo disubbidito.

Costruirono palazzoni di cento e più appartamenti. Ma anche allora la stazione di rifornimento rimase, nella geografia urbana, un limite da non oltrepassare. Il Nuovo Quartiere – come iniziammo a chiamarlo – divenne una zona di spaccio. E si cominciò a vociferare che molti mafiosi vi si nascondessero tra le vie labirintiche e male illuminate.
Negli anni ’90, Sidone fu scossa da una sanguinosa guerra di mafia. Le famiglie si contendevano il mercato della droga e degli appalti. Nel Nuovo Quartiere si uccideva più che altrove. Due, tre, a volte quattro omicidi la settimana. Era la conferma che avventurarsi oltre la stazione poteva essere rischioso.

Oggi la situazione è cambiata. Non si spara. Ma lo spaccio è ancora una delle attività più floride. Dove una volta c’era uno spiazzo pieno di massi e carcasse d’auto ora c’è una piazza dalla forma ovale. L’attività è frenetica, soprattutto di notte. La chiamano Piazza Ten. Prima era intitolata a un giovane giudice vittima della mafia; oggi, del giudice non resta nemmeno il cartello con il nome e le date di nascita e morte.

Due spacciatori si accorgono del mio arrivo. Mi fissano dall’altro lato della piazza. Mi conoscono. In fondo, sono anche io “uno della zona”. Sanno che non compro. Quindi, dopo un po’ perdono l’interesse nei miei confronti e si avviano verso una BMW parcheggiata poco distante.

Con molti di loro ho condiviso il banco di scuola, le lezioni di calcio, i giochi al computer. Con alcuni, scambiavo le figurine dei calciatori.
Lino era tra questi. Non apparteneva al Nuovo Quartiere. Anzi, tra noi due, lui era quello che ne aveva più paura.
Crescendo si cambia, e ci si perde di vista. Io ho proseguito gli studi. Mi sono iscritto al liceo, poi all’università. Lino faticava già alle medie. E da queste parti, se non righi dritto, la strada ti ingoia.
Ritrovai il suo nome in un trafiletto del giornale, alla cronaca locale. Rapina a mano armata. La mano armata da una pistola giocattolo, complice di un trentenne pregiudicato. Avvenne così il suo svezzamento. Poi finì in carcere per estorsione aggravata e spaccio. Stavolta l’articolo occupava mezza pagina. Addosso, aveva una pistola – vera, questa -, soldi e diversi grammi di eroina.
Dal carcere si entra e si esce. Ogni volta, però, è sempre peggio.
L’ultimo arresto di Lino risale all’anno scorso. Omicidio. Il suo volto finì in prima pagina.

Getto il sigaro. Spesso le passeggiate notturne mi conducono verso strade inaspettate. Strade della mente. Meno di mezz’ora fa, Lino non era tra i miei pensieri, il Nuovo Quartiere nemmeno.
In questo momento, non riesco a vedere altro che la brutta foto di Lino sul giornale.
Mi stringo nel giubbotto, e decido di tornare a casa. Per stanotte, è tutto.

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2 responses

14 10 2007
dominique

Ciao Luca, sono giunto qui tramite il blog di Renzo Montagnoli.

Ho letto il tuo frammento con molto piacere. Certo ci sarebbe qualcosa da sistemare, e certo lascia un po’ il senso dell’incompiuto. Ma non capita spesso di leggere racconti con un potenziale.

Spero di non essere stato inopportuno. Ti auguro una buona domenica.

dominique

14 10 2007
lucaintona

Macché inopportuno!!
Ti ringrazio per il commento, molto gradito.

Il “frammento” appartiene a un periodo – quello iniziale – in cui pensavo di postare tanti di questi frammenti a formare un’unica storia. Idea ben presto fallita, sia perché mi sono dedicato ad altro, sia perché mi sono reso conto che il blog è altro.

Buona domenica anche a te.

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