Le foto della vergogna

27 10 2007

La notizia, partita dal portale Asianews, si è diffusa rapidamente. Ieri il telegiornale de La7 si era aperto con una copertina molto bella e toccante sulla situazione in Birmania. Oggi, blog e blogger di tutto il mondo si danno il passaparola e diffondono quanto più possibile le ultime notizie da una terra devastata dalla violenza e dalla crudeltà.

Le foto che possiamo vedere sono due, sono foto rubate da un obitorio da qualcuno che ha pregato venissero diffuse, affinché il mondo si rendesse conto di quello che succedendo in Birmania. Orribili. Forti. Ci fanno pensare che tanto altro è accaduto, che tanti altri – monaci e non – hanno subito la stessa sorte. Abbiamo paura a invocare un possibile numero delle vittime, centinaia, migliaia, centinaia di migliaia. Sappiamo che cresce di giorno in giorno. Sappiamo che è necessario che l’orrore cessi.

La comunità internazionale è debole, non ha gli strumenti per impedire torture e uccisioni. La Cina ha un ruolo fondamentale in questo processo, sia economico che di veto. Gli stati (dagli States della democrazia irachena a questa Europa che nulla conta) non intendono perdere le commesse milionarie delle Olimpiadi di Pechino del 2008 e tutti gli altri affari che ogni giorno vengono condotti con l’appoggio del governo cinese.

Esquisse aderisce all’appello lanciato da Giuseppe Iannozzi e lo rilancia agli altri blogger.

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Myanmar: la violenza continua

17 10 2007

I riflettori, come era logico, si sono spenti da tempo. Sembrerebbe quindi che i governi abbiano deciso di intervenire, che la situazione nello stato birmano sia tornata alla normalità. Ognuno di noi può finalmente sfilarsi le magliette rosse, i monaci hanno smesso di protestare e per le strade di Yangoon si vedono ormai pochi militari.

Naturalmente, la situazione non è questa. Ogni giorno, arresti, violenze, rapine avvengono sotto gli occhi di cittadini impotenti e terrorizzati. I militari fermano chiunque incontrino, derubano, picchiano, spaventano. Lo spettro delle carceri birmane e di quello che succede al loro interno è sufficiente a far tremare le gambe del malcapitato di turno.

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28 09 2007





Aggiornamento dal Myanmar

26 09 2007

L’aggiornamento di Milvia Comastri sulla situazione a Yangon.

Purtroppo, la repressione della protesta (protesta pacifica, ricordo) è iniziata. I militari hanno proclamato il coprifuoco, e a quanto pare tra le vittime ci sarebbe già un monaco.

Tenere desta l’attenzione su questa vicenda credo sia importante. E invito anche io tutti i blogger a parlarne.

La giunta militare vuole impedire che i monaci continuino a cantare, vuole ridurli al silenzio, perché ogni loro parola è un macigno sulle sue nefandezze.





La rivolta pacifica dei monaci buddisti

24 09 2007

Già stamane avevo pensato che fosse necessario scrivere almeno qualcosa sulla rivolta silenziosa e pacifica, e per questo ancor più importante e fondamentale, che l’ex-Birmania, oggi Myanmar, vive in questi giorni. Seguendo poi gli strani percorsi della rete, giungo nel blog di un poeta a perdere, e leggo la sua esortazione a offrire sostegno e solidarietà ai monaci buddisti. Penso sia doveroso. Penso dovrebbero farlo tutti.

Del Myanmar sapevo poco. E ora, certo, so poco di più. Ho letto in giro, in passato ho seguito il caso del Premio Nobel per la Pace, Aung Suu Kyi, costretta agli arresti domiciliari da un regime militare tra i più violenti e repressivi della storia. Insomma, niente di più.

Ho visto le immagini della precedente rivolta del 1967 (se non erro), in cui i monaci buddisti si trasformarono in torce per le strade della città. Immagini forti, cruente, di uomini che soffrono in silenzio e pregano, che bruciano avvolti dalle fiamme e sperano intanto che le cose cambino.

Allora non ottennero alcun risultato. Sono passati 40 lunghi anni. Il regime è ancora al potere, fa vittime tra i dissidenti, rinchiude in carcere i politici dell’opposizione democratica, li tortura, li uccide. Riduce alla fame la popolazione, nega ogni forma di avanzamento sociale, di miglioramento delle condizioni di vita.

E allora è importante, fondamentale come dicevo, che in un paese in cui la paura costringe all’immobilità e al silenzio, e impedisce ai comuni cittadini di organizzarsi, una casta “protetta” – come è quella dei monaci – si sollevi, scenda in strada e organizzi un corteo lunghissimo che cresce giorno dopo giorno. Oggi sono in trecentomila, domani saranno di più. L’effetto positivo che tutti auspicano è che domani sia tutto il Myanmar a protestare. “Vogliamo che il popolo venga con noi”, cantano. Bello. Questo pensiero è capace da solo di farmi venire le lacrime agli occhi.

Ricordo a tutti che durante i primi giorni di protesta il regime è intervenuto. Alla sua maniera. Con lacrimogeni e botte. Alcuni monaci sono stati condotti in carcere, e immaginiamo quali torture siano stati costretti a subire. La giunta militare sperava così di soffocare la protesta sul nascere. Ma i monaci sono diventati sempre di più, non hanno ceduto. Hanno continuato a cantare, a esortare il popolo, si sono radunati davanti agli edifici di culto più importanti delle città principali e hanno invitato la gente non alla protesta ma a pregare con loro. Adesso il regime e i militari attendono. La fine.