Rue de Poissy 42

Parigi, fine anni Venti

Myron Girondet era un frequentatore assiduo del Quai de la Tournelle.

A prima vista, non sarebbe stato difficile confonderlo per uno dei tanti perdigiorno che a ogni ora affollavano la Rive Droite, e per via dell’abbigliamento e per quell’aria da monello che gli si era appiccicata addosso sin da piccolo come un marchio.

In realtà, Myron Girondet era uno scrittore.

Era in grado di citare a memoria tre libri almeno del maestro Hugo, leggeva avidamente Baudelaire e non disdegnava di tanto in tanto un buon romanzo di Simenon. Non meno di una settimana prima, Myron aveva incontrato un tale, il cui nome era Destouches, Mr. Louis Destouches o almeno così ricordava, davanti ai libri usati di Delvigne, il bouquiniste. Erano rimasti a chiacchierare fino al tardo pomeriggio e Myron era venuto a sapere che l’uomo era a Parigi solamente di passaggio e che sarebbe presto ripartito per il sud. Il buon Delvigne si era limitato a guardarli e a fumare la pipa. Mr. Destouches, a un tratto, aveva estratto da sotto il mantello un manoscritto e ne aveva fatto dono a Myron. Il titolo era Voyage au bout de la nuit. Poi, si era congedato. Myron aveva letto il manoscritto in un paio di giorni e ne era rimasto così tanto colpito che aveva trascorso quegli ultimi giorni chiuso in casa a scrivere, alla ricerca di quello stile che gli era parso perfetto.

«Myron! Myron!»

Pierre Delvigne e la sua inconfondibile voce. Myron guardò oltre la strada, sul marciapiede invaso dai turisti, e vide il vecchio venditore agitare la pipa in aria per cercare di attirare la sua attenzione. Myron conosceva bene quel gesto quasi da repertorio, da rivista. Le pose di Delvigne, dalla affettata ostentazione con cui fumava la pipa all’incedere lento e claudicante, parevano studiate nel più insignificante particolare. Eppure, Myron considerava Delvigne un personaggio assolutamente simpatico.

«Sarà una settimana che non ti fai vedere in giro, bon à rien!» disse Delvigne.

«Ho avuto parecchie cose importanti da fare, mio caro Pierre», rispose il ragazzo. E sottolineò: «Molto importanti.»

«E di che genere di cose si tratta?» Adesso Delvigne si era rimesso la pipa in bocca e aveva assunto un tono inquisitore.

«Ricordi Mr. Destouches, quel tale che comprò…»

«Due preziose raccolte di racconti e mi pagò per metà. Certo che lo rammento.»

«E’ un grande scrittore. Grandissimo!»

«C’est fantastique, mon ami. Ma è un grande scrittore con i debiti.»

Suonò come una sentenza. Delvigne prese posto su una piccola sedia accanto ai libri in vendita, accese con un fiammifero la pipa e riportò lo sguardo su Myron.

«E cosa c’entra con te quel Destouches?»

Il portiere era un tipo magro, magrissimo, e di bassa statura. Sebbene il luogo non lo esigesse, indossava una divisa di gran pregio, appartenuta in precedenza a suo padre e ancor prima al padre di suo padre, con lunghe strisce rosse lungo le maniche della giacca. Il copricapo – appartenuto anche quello a suo padre e al padre di suo padre – aveva come fregio una fascia con i colori della République Française. Il portiere ne andava oltremodo orgoglioso. E con altrettanto orgoglio, gestiva le entrate e le uscite del palazzo in rue de Poissy 42.

Pierre Delvigne e Myron Girondet entrarono nel vestibolo deserto e male illuminato alle cinque in punto, quando si udirono i possenti rintocchi dell’orologio a pendolo della portineria. Con l’usuale passo malfermo, Delvigne si avvicinò alla portineria e batté con la pipa sul vetro, senza ricevere alcuna risposta. Ripeté il gesto, stavolta con più forza, e finalmente il portiere sbucò da dietro la porta del suo alloggio, il volto stravolto dal sonno e la preziosa giacca indossata alla rovescia. A Myron e Delvigne scappò da ridere, quando il portiere si rese conto del suo errore e tornò sui suoi passi per mettersi in ordine, ma si trattennero entrambi dal farlo, poiché era noto in tutto il Quartiere Latino quanto l’ometto fosse permaloso e pronto alla lite. Dopo nemmeno un minuto, il portiere fu di ritorno. E, come si aspettavano, aveva in viso un espressione contrariata.

«Salve, Louis. Voglio sperare di non averla disturbata?» esordì Delvigne.

«No di certo. Leggevo qualcosa di frivolo, sdraiato in poltrona.»

Di frivolo o di soporifero, pensò Delvigne. Ma si trattenne dal dirlo.

«Madame Caroline è nel suo appartamento?»

«Ouì, bien sûr.» Si fermò e sembrò pensare a qualcos’altro. «Mi fareste un favore, monsieurs?»

«Certamente!»

Delvigne e Myron avevano risposto all’unisono e ne era venuto fuori quasi un grido, che aveva spaventato il povero Louis. L’uomo sparì per la seconda volta dietro la porta e qualche minuto dopo tornò con un vassoio dal contenuto ignoto.

«Biscotti. Li ha fatti mia moglie pour madame. Sono davvero ottimi», disse il portiere con lo stesso orgoglio con cui indossava la divisa.

Myron prese il vassoio e, precedendo Delvigne, si avviò per le scale. Giunto all’ultimo piano, attese l’arrivo dell’amico, affannato e adesso contrariato lui in volto, e bussò alla porta con la targhetta M.me Caroline Dow.

**

Caroline Dow trascorreva gran parte delle sue giornate al pianoforte. Amava suonare Bach e Beethoven, e lo faceva ancora come la prima volta in cui si era ritrovata davanti a uno spartito. In quegli anni passati, suonava con quell’allegria tutta fanciullesca di scoprire la nota successiva, eppure con il timore di sbagliare e ricevere il biasimo di suo marito Auguste, che preferiva stare alle sue spalle, nella poltrona che era ancora lì con la seduta consunta dagli anni, sorseggiando un buon bicchiere di bourbon ed elargendo i suoi «no», i «non così». Caroline, l’americana che all’Old Arcade aveva preferito la rue de Poissy, l’Opéra e Auguste Dupin. Continuava a ripensarci ogni volta che sedeva al piano, a Goldenville, a Karyn, a Patti e alle cose improbabili che solo nel Nuovo Mondo potevano accadere. In quel mondo che da quarant’anni si era lasciata alle spalle.

Stava ancora suonando, quando sentì battere alla porta. Si alzò, andò davanti allo specchio e riordinò i capelli ormai bianchi in una coda che le arrivava fin sotto alla schiena. Rassettò la lunga veste, tentò di stirare con le mani le sottili rughe che le segnavano gli occhi e gli angoli della bocca, poi andò ad aprire la porta.

«Madame Caroline!» Il muso del vecchio Pierre Delvigne le apparve d’improvviso. «Enchanté. La vostra bellezza, madame, cresce di giorno in giorno e vi prego di credere che la mia non è ruffianeria.»

«Lo so, caro Pierre. Ma le vostre parole sarebbero più sincere se non le ripeteste a tutte le donne che incontrate!»

Madame Caroline invitò l’uomo a entrare e alle sue spalle comparve il bel viso del giovane Myron.

«Myron Girondet. Credevo non volessi più venire in casa mia.»

«Accidenti! No, di certo. Sono stato molto impegnato, madame, quest’ultima settimana e non ho fatto in tempo a venire a trovarvi. Ma ho buone notizie da darvi. Più d’una», rispose il giovane. «Questi ve li manda la moglie di Louis.» E le porse il vassoio.

Madame Caroline lo ricevette nelle braccia e fece cenno a Myron di entrare e richiudere la porta. Poi gli disse, quasi in confidenza: «Sono i migliori biscotti della città. La signora è tanto gentile da mandarmene su un vassoio al mese. Li metterò con gli altri. Ma che non lo sappia il povero Louis, potrebbe crepare per una simile notizia.»

Risero entrambi, complici. In effetti, i biscotti della signora Clémence erano, oltre che secchi e di colore scuro, oltremisura amari, come ben sapeva il povero Delvigne, che aveva fatto da cavia la prima volta, e lo stava dicendo in quel mentre, “oltre due anni or sono“.

Myron entrò nel salone e prese posto sulla poltrona che era stata di Auguste Dupin. Delvigne si era già sistemato al pianoforte e aveva iniziato a suonare un’aria di Mozart, tanto maldestramente che il buon Amadeus ne avrebbe a ragione disconosciuto la paternità. Madame Caroline era andata a metter via il vassoio con i biscotti e quando era tornata, aveva portato con sé una busta da lettera. Prima che Myron potesse vederla, la infilò in una tasca della veste e attese che la tristezza che le rabbuiava il volto si mutasse in un sorriso di circostanza.

«Hai detto di essere stato molto occupato, Myron…» disse madame Caroline.

«Lo ha detto pure a me», s’intromise Delvigne «ma quel che ha fatto rimane per lo più un mistero. Tutta Parigi oramai si interroga.»

«Nessun mistero, Pierre. Vedete, madame, circa una settimana fa…»

E le raccontò di Mr. Destouches, del manoscritto che gli aveva lasciato in dono e della passione con cui lo aveva letto e studiato.

«Ho trascorso notti insonni. Ho scritto e riscritto, stracciato montagne di carta. Avevo un’idea… potete starne certa… e pure intrigante. L’idea giusta. Ma avevo bisogno di trovare le parole per raccontarla al meglio.»

«E quel manoscritto ti è stato di aiuto?»

«Grandemente!» esultò Myron.

Delvigne fece spallucce e tornò al piano, come deluso dalla notizia. Madame Caroline aveva invece in volto un’espressione combattuta.

«Come sta vostra nipote?» chiese Myron, cambiando improvvisamente discorso. Era quello, naturalmente, il tema che più gli interessava.

«Ho ricevuto una lettera da parte sua proprio stamane.» Madame Caroline non disse che in realtà di lettere ne aveva ricevute due. «Sarà di ritorno il mese prossimo.»

«Si è abituata ai costumi di Marsiglia? Nelle lettere che ho ricevuto ne accennava solamente, senza dilungarsi. Diceva, all’inizio, di soffrirne un po’.»

«Oh, sì. Direi quasi… che la preferisce a Parigi.»

Nella lettera, difatti, Adèle le confessava di aver conosciuto un uomo, più grande di lei di pochi anni e che intendeva sposarlo. Sarebbe tornata a Parigi per discutere con lei dei preparativi per il matrimonio, aveva scritto, ma la sua era una decisione già presa.

«Non credo proprio.» Furono le parole divertite di Myron. «E a tal proposito, devo confessarvi di essere qui oggi per chiedervi la mano di vostra nipote Adèle.»

Delvigne, che stava ancora suonando, mandò una nota stonata e si fermò a guardare il ragazzo. Madame Caroline, già con la mano in tasca, si bloccò e fissò Myron con sguardo incredulo.

«Non credevo di destare in voi tanta sorpresa, madame! Le nozze con vostra nipote sono state una vostra idea, e con il romanzo che ho finito di scrivere, spero di crearmi presto una buona posizione.»

Delvigne, che aveva visto madame Caroline riporre la busta in tasca e che aveva cervello fino, intuì il guaio in cui il giovane Girondet stava andando a cacciarsi e fece per iniziare a parlare. Madame Caroline lo zittì.

«E’ inutile tergiversare. Prendi. È arrivata stamattina.»

Poiché Myron, difatti, non aveva un domicilio certo, riceveva la maggior parte della corrispondenza all’indirizzo di Delvigne. Solo le lettere che da oltre un anno gli spediva Adèle, gli arrivavano all’indirizzo di madame Caroline.

Il ragazzo aprì la busta e prese il foglio in mano. Riconobbe subito la grafia delicata di Adèle e, col cuore che gli batteva all’impazzata, cominciò a leggere, divenendo rigo dopo rigo sempre più scuro in volto. Madame Caroline cominciò a singhiozzare. Delvigne riprese a suonare.

**

Il portiere di rue de Poissy 42 sonnecchiava quando una ragazza dall’aspetto incantevole e il suo futuro marito batterono al vetro della portineria. Louis si svegliò da uno strano sogno e si alzò con uno scatto, mettendosi quasi sull’attenti. Adèle era arrivata a Parigi quella mattina, e avrebbe fatto una bella sorpresa alla nonna, che la aspettava invece per il mese prossimo.

«Mademoiselle Adèle! Che piacere rivedervi. Avete fatto buon viaggio?»

«Ottimo, Louis. Vi presento Mr. Destouches. Sarà presto uno scrittore di fama, sapete?»

«Onorato di conoscervi, monsieur.»

Mr. Louis Destouches, autore di un romanzo di prossima pubblicazione, Voyage au bout de la nuit, fece un lieve inchino rivolto al portiere.

«M.me Caroline Dow è in casa, Louis?» chiese Adèle.

«Sì, mademoiselle. Ha ospiti. Delvigne, il bouquiniste, e il giovane Myron Girondet…»

Adèle divenne pallida in volto e si aggrappò al suo futuro marito per non cadere, mentre il portiere diceva qualcosa a proposito di certi biscotti che sua moglie aveva preparato pour madame Caroline.

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One response

29 02 2008
ernest

Ciao, il racconto mi piace veramente. E’scritto bene e col ritmo e i vocaboli giusti. Io sono un giovane scrittore casertano e visto che ci sono, ti chiedo un parere critico e sincero su alcuni racconti che ho pubblicato sul mio blog: http://www.ilmiocapitano.blogspot.com
Grazie. Aspetto un tuo giudizio.

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