Trenta alle otto

Di là della vetrata del bar la piazza lentamente si anima. Sono le sette e trenta del mattino di un giorno di fine febbraio.
La mia mente è un bordello totale.

Osservo il venditore ambulante di frutta e verdura giù all’angolo. Lo faccio ormai da qualche settimana. Non saprei spiegare le ragioni all’origine del mio interesse per quest’uomo, forse non ne ho voglia. Poco importa. Il punto è che ormai è quasi un’abitudine. Scelgo lo stesso tavolo, quello più vicino alla vetrata, e se all’inizio mi dicevo che lo facevo per la luce – mi piace leggere il giornale alla chiara luce del sole -, è d’obbligo ammettere, almeno a me stesso, che la scelta è in realtà guidata dalla necessità di osservare quell’uomo.

E’ grasso come un maiale di media stazza. Un quintale e mezzo, e qualcosa di più. Ha i capelli grigi e lisci, e la barba ispida dei canonici due giorni. Nel corso delle mie osservazioni, non l’ho mai vista né più lunga, né più corta e gli ricopre viso e gola come un tappeto di ghiaccio duro misto a terra. Quando una trattativa comincia a mettersi male, o quando addirittura si conclude a suo sfavore, allora il venditore passa una mano in mezzo a quegli aghi irti e spinosi e va su e giù per le guance e la gola fino a quando non ritrova la calma.

Anche questa mattina il venditore compie gli stessi gesti delle mattine precedenti. Espone con cura maniacale la frutta e la verdura più fresca, lasciando gli esemplari menomati e bruttini in seconda linea. Finito di ordinare le cassette, si ferma un momento a osservare la sua opera. E’ soddisfatto. Raccoglie dal taschino un pacco di sigarette senza filtro, se ne porta una alla bocca e la accende.

Poi accade qualcosa. Un gesto, un’immagine. E la mia attesa finalmente ripagata.
Il venditore si gonfia, strizza gli occhi, allarga le braccia e starnutisce. Uno starnuto immenso, potente. Vedo il getto che finisce tra le arance, al rallentatore. Nasce una storia che io devo raccontare.

La casa è povera, alla periferia della città. Una periferia degradata fatta di strade larghe e spoglie e casamenti brutti e disordinati. Qui, anche quando splende il sole, il colore predominante è il grigio.
La casa del venditore ambulante è composta da un paio di stanze: una cucina e una camera da letto. Sono le tre del mattino, di un mattino qualsiasi. La moglie del venditore dorme a fauci spalancate. Russa. L’uomo si sveglia e il suo primo pensiero è quello di una sigaretta. Di guardare la moglie non ha proprio voglia, soprattutto da quando le è spuntata quella cisti sulla punta del naso, orrenda, come un piccolo cactus. Finisce la sigaretta a letto. La stanza è senza finestre, l’aria è satura di scorregge e puzza di piedi, e ora che è sveglio e cosciente gli causa un lieve capogiro. Va in cucina e si versa un bicchiere d’acqua. La tazza del cesso e il lavandino sono in un angolo, celati alla vista di eventuali ospiti da una tenda di plastica piena di buchi. Andrebbe sostituita, il venditore lo sa bene. Non è decorosa. Ma i soldi che guadagna finiscono in cibo e bollette, dato che quella vacca di sua moglie trascorre l’intera giornata davanti alla Tv.
Tira lo sciacquone, ma dimentica che è rotto e l’acqua gli bagna le gambe nude e inonda il pavimento. Gli scappa di bestemmiare, ma il crocifisso appeso alla parete lo ammonisce e il venditore desiste. Sua moglie, oltre a essere grassa e brutta, ancora più brutta se si considera l’orrenda cisti sulla punta del naso, e oltre a trascorrere l’intera giornata stravaccata davanti alla Tv, è molto religiosa. E sta sempre a dirgli che non si bestemmia, che non si fa questo e nemmeno quest’altro. Per non parlare del sesso, un tabù già in gioventù.
Indossa i pantaloni grigi e il maglione dello stesso colore. Puzzano di sudore. Ma andranno benone per qualche altro giorno. Nessuno ci farà caso.
Esce di casa, avendo cura di sbattersi la porta alle spalle. Si ferma un attimo. Attacca l’orecchio alla porta. La vacca russa ancora. Deluso, si porta un’altra sigaretta alle labbra, la accende, e va via. Al mercato ortofrutticolo. E’ l’ennesimo giorno che inizia. La medesima rottura di coglioni.

Il flusso dei miei pensieri è interrotto dall’arrivo del cameriere con il mio cappuccino. Chiedo una copia del giornale. La ottengo e la metto da parte perché è un pessimo giornale. Il cassiere, un tipo giovanile con un berretto a visiera arancione, mi lancia uno sguardo stranito. Io non ho voglia di dargli alcuna spiegazione e mi concentro sul cappuccino. Manca la spolverata di cacao. Avrei dovuto precisarlo prima. Faccio un cenno al cameriere, occupato a servire un cornetto a una vecchietta dall’aria simpatica, che non riesce a decidersi tra la marmellata e la crema cioccolato. La vecchietta opta per quest’ultima e il cameriere è di nuovo al mio tavolo. Ha una fila di orecchini sull’orecchio destro e un tatuaggio sull’avambraccio. Espongo il mio problema. Il cameriere raccoglie la tazza e se la porta via. Il cassiere alza gli occhi dal giornale sportivo che tiene sopra la cassa e lancia lo stesso sguardo stranito al cameriere. Mi convinco che quell’aria da imbecille gli è congenita e non si modifica al variare degli eventi esterni. E’ probabile, anzi, che non li colga nemmeno, gli eventi esterni. C’è lui, il suo berretto con la visiera arancione e la sua cassa. Ognuno fa quel che può.

Il ragazzo e i suoi orecchini fanno ritorno qualche minuto dopo. Stavolta è tutto in ordine.
Sento lo sguardo da imbecille del cassiere nuovamente su di me. Finalmente, posso fare colazione.

Il sole sparisce dietro una nuvola grigia e una pioggerella fitta vela la mia visuale come il filtro opaco di certe riprese cinematografiche. Il venditore ambulante corre a ripararsi all’interno del suo furgone. Un motociclista quasi scivola sull’asfalto, riprende il controllo del mezzo e sfila oltre una colonna di quattro vetture rimaste in attesa dietro un camion in manovra.

Tre operai dei servizi ecologici del Comune entrano nel bar e vanno dritti al bancone. Quello che è entrato per primo, come un capo-branco, basso e tozzo, ordina caffè per sé e per i suoi colleghi. Poi inizia a raccontare qualcosa accaduto quella mattina. Ridono, come compagni di scuola complici di uno scherzo fatto all’insegnante più antipatica. Hanno le unghie ispessite e incrostate di fango, è con le mani che si procurano lo scarso stipendio che – mese dopo mese – consente loro di tirare avanti. Andranno in pensione tra dieci o quindici anni. Terranno tra le braccia i figli dei loro figli. Crederanno di essere felici. Poi gli verrà diagnosticato un tumore e in capo a un mese moriranno.

La porta del bar si apre nuovamente ed entra un uomo dall’aspetto british. Non saprei definirlo altrimenti. E’ alto almeno venti centimetri più di me, e leggermente curvo, avvolto in un lungo impermeabile chiaro. Regge da una parte un ombrello, dall’altra una valigetta scura. Ha gli occhi azzurri e i capelli bianchi, lisci. Non mi sorprenderebbe se avesse più di settant’anni. Raggiunge il bancone e s’impossessa dello spazio compreso tra uno degli operai del Comune e una signora dallo sguardo infastidito, ancora in attesa della sua tazza di tè verde.

L’inglese – l’accento è inequivocabile – attira l’attenzione del barista e ordina un whisky. Lo butta giù d’un sorso, meritandosi un’occhiata spietata della signora accanto. Ne ordina un secondo e, con il bicchiere in mano, si dà un’occhiata in giro e seleziona il tavolo accanto al mio. Smetto di fissarlo. I tre operai del Comune vanno via. Il tizio basso e tozzo raccoglie da una tasca della tuta da lavoro una banconota da cinque euro e la porge al cassiere. Quello si sistema il berretto in testa, batte sui tasti della cassa il totale, sbaglia, ripete l’operazione, raccoglie le monete per il resto e se ne lascia sfuggire una, che finisce tra i piedi dell’operaio. E’ un imbecille, non c’è niente da fare.

Intanto, l’inglese ha preso posto di fronte a me. Poggia l’ombrello contro la parete, si sfila l’impermeabile, lo piega e lo ripone con cura su una sedia. Da una tasca dei pantaloni tira fuori un fazzoletto perfettamente piegato e se lo passa sulla bocca e sul mento. Lo ricaccia in tasca.
“Le dispiace?”
Indica il giornale.
“Prego.” Prendo il giornale e lo porgo all’uomo che, noto, ha gli occhi quasi blu. Mai visti. “Io non lo leggo.”
L’uomo sembra accogliere l’informazione come un dato inessenziale. In qualche modo ne sono risentito. Da un’occhiata alla prima pagina. Poi lo apre alla terza e alla quinta pagina.
“Sembra il bollettino di un partito.”
“E’ proprio così.” dico io.
“E’ il bollettino di un partito?”
“No.” Finisco il cappuccino. “Però lo sembra.”
“Vende molte copie?”
“No. Però lo distribuiscono in migliaia di copie. Ovunque. Agli ospedali, alle stazioni di rifornimento. Persino all’università.” Aggiungo: “Gratis.”
“Non capisco.”
“Più copie stampa un giornale, maggiori sono i contributi statali che incassa l’editore.”
Annuisce. Non so se ha veramente capito. Sembra rimuginare qualcosa.
“E nonostante i soldi dello Stato, sembra il bollettino di un partito?”
Forse ha capito.
“Proprio così.”
“Mah!”

Fa fuori il secondo bicchiere di whisky. Vuole offrire un giro a me. Lusingato, ma non bevo di mattina. E poi devo andare in ufficio. Anzi, si è fatto tardi. Mi alzo e stendo un braccio nella sua direzione. L’inglese si alza e mi sovrasta. La sua mano è rugosa, dita lunghe. La presa è gentile. Sorrido.
“Buona giornata, giovanotto.”
“Luca. Mi chiamo Luca.”
Ma lui si è già riseduto e m’ignora.

Mi allontano dal tavolo e vado alla cassa.

“Un cappuccino.” dico.
“Un euro e trenta.”
Batte lo scontrino senza sbagliare. Conto un euro e trenta e gli passo le monete. Mi guarda con l’acume di un’aringa affumicata. Prendo lo scontrino e vado via.
Ha smesso di piovere. Il cielo adesso è nuovamente azzurro.

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